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    Ogni bibliofilo con un minimo di esperienza può confermare che un numero notevole di libri apprezzati e ricercati dai collezionisti non ha nulla di particolarmente accattivante nell'aspetto. Libri anche famosissimi e di notevole valore possono apparire insignificanti se visti con l'occhio distratto di chi cerca la "spettacolarità" esteriore. Eppure, importanti opere scientifiche, letterarie, filosofiche, possono avere l'aspetto di semplici brochures, di volumetti anonimi, di libretti di aspetto dimesso. Sono i classici libri per collezionisti "ferrati", esperti, di solida cultura. Senza questi requisiti è facile ignorarli.
    Il libro che presentiamo qui è uno di quelli: del tutto anonimo, inteso sia in senso stretto, in quanto non riporta né autore né alcuna indicazione tipografica, sia in senso estetico, non avendo nulla di accattivante dal punto di vista tipografico, può sembrare a prima vista una banale polemica filosofico-teologica locale, dove un sacerdote difende un altro uomo di chiesa dagli strali del giornaletto del posto. Uno di quei dibattiti sterili e noiosi che non sono certo rari nelle opere a stampa del passato.
    Tutto il contrario, invece, il libro in questione è il documento di una infuocata polemica che coinvolse due importanti, per quanto opposte, personalità della cultura italiana dell'epoca, e che alla fine richiese anche l'intervento della censura vaticana.
    Anzitutto, l'autore.
    Francesco Torti nacque a Bevagna (Pg) il 30 settembre 1763 da un giureconsulto, Giacinto,e dalla nobile Teresa Rubini di Camerino. Nel 1780 si iscrisse all'Università di Camerino, dove mostrò notevole attitudine per la Filosofia e la Matematica. tre anni dopo passò a Roma, dove doveva studiare materie legali, ma fu subito attratto dalle lettere e dalle arti. entrò rapidamente in amicizia con molti letterati famosi del suo tempo, e in particolare col Biagioli, in Monti, il Muzzi. L'amicizia col Monti fu molto stretta, tanto che quando il Torti fece ritorno a Bevagna ikl poeta gli inviava i testi delle sue opere perché ci teneva particolarmente alsuo giudizio. Con l'invasione napoleonica, l'avvento di nuove idee di libertà, e i tempi burrascosi che ne seguirono, i due presero strade ideologicamente diverse e l'amicizia finì.
    Il Torti entrò direttamente nella polemica "purista" dell'epoca, dimostrandosi più che avverso alle idee diffuse da padre Cesari. I titoli di alcune delle sue opere sono in talsenso molto indicativi "Il purismo nemico del gusto" 1818, "La Risposta ai Puristi" del 1819, "Il Dante rivendicato" del 1825. Un epigramma anti-purista cotro il Perticari fu la causa della rottura definitiva col Monti.
    Non furono però né le opere di critica letteraria, né la rottura col Monti, le cause della sua sfortuna. Nel 1832 il Torti pubblicò una sorta di romanzo epistolare intitolato La corrispondenza di Monteverde. Vi si narrava, sotto forma di raccolta di lettere, di un immaginario viaggio di un sacerdote, parroco di Monteverde, nell'Italia centrale, e vi si descrivevano la povertà, le condizioni di vita difficile di quella popolazione, e i soprusi che era costretta a subire. Purtroppo per il Torti, quel lavoro finì nel mirino del peggior nemico che gli potesse capitare.
    L'ottusità reazionaria di Monaldo Leopardi, sia in politica che in letteratura, era ben nota anche all'epoca, al punto che il ben più famoso figlio, Giacomo, di idee molto più progressiste, in una celebre lettera lo pregava di firmare per esteso i suoi articoli perché la gente altrimenti pensava li avesse scritti lui, e la cosa gli creava problemi e maldicenze negli ambienti liberali toscani.
    Nella sua opera più famosa i Dialoghetti sulle materie correnti nell'anno 1831, il Monaldo sembrava andare contro il figlio e contro le sue Operette Morali, che riteneva contrarie alla fede cristiana.
    Diresse La Voce della Ragione, giornale pesarese dal quale scagliò gli strali contro il Torti, dal 1832 al 1835, ma i suoi eccessi finirono renderlo inviso anche al potere della chiesa, e il giornale fu soppresso. Passò in solitudine i suoi ultimi anni, sopportando male le aperture liberali di Pio IX.
    Quest'uomo un po' strano (in realtà la pubblicazione postuma, a 150 anni dalla morte, della sua Autobiografia, ne ha rivalutato un po' la figura, essendo quel testo ricco di spunti ironici inaspettati, e non si scordi che si deve a lui la fondazione della bellissima biblioteca di famiglia, ceduta ai recanatesi, e l'introduzione del vaccino antivaioloso in Recanati) vinse però la sua battaglia personale col Torti.
    Nel 1835, in risposta alle accuse di eresia che il Leopardi gli muoveva dal suo giornale, il Torti pubblicò il libro qui presentato, l'Apologia della corrispondenza di Monteverde, nel tentativo di ribattere ad una ad una le accuse che il giornale gli aveva mosso. Non ce la fece, e sia La corrispondenza che l'Apologia finirono nell'Indice dei libri proibiti dalla Chiesa, dove ancora si trovavano nel XX secolo! Le accuse al governo teocratico presenti nelle opere furono ritenute eretiche. Il Torti si vide costretto all'umiliazione di ritrattatare tutto e sconfessare le due opere in punto di morte.
    Oggi la sua figura è ovviamente del tutto rivalutata, e Francesco Torti è considerato una delle "Glorie di Bevagna" e di tutta la regione umbra. Nella sua città natale portano il suo nome un bel teatro e l'importante biblioteca pubblica.
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