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Enrico Pea nacque a Seravezza (Lucca) nel 1881 e morì nel 1958 a Forte dei Marmi. Dopo l'infanzia passata col nonno entrò in un convento di frati, ma a sedici anni si imbarcò come mozzo per raggiungere l'Egitto. Ad Alessandria fu commerciante per diversi anni, ed ospitò molti italiani, compresi diversi anarchici, nella sua celebre baracca rossa, ricordata anche dall'amico Ungaretti, che fu il primo a riconoscere le sue qualità di scrittore, presentando un suo libro ad un editore italiano.
Ritornò in Italia dopo la Grande Guerra: a Viareggio fondò e diresse per molti anni il teatro Politeama. Si dedicò solo tardi al suo lavoro di scrittore e drammaturgo. Pubblicò varie opere teatrali e di narrativa, e due raccolte di poesie. Molto apprezzato anche da autori come Svevo, Ungaretti, e Pound (che tradusse un suo lavoro), è oggi un po' dimenticato, ingiustamente, dai lettori.
Nel 1942 Pea pubblicò due libri per ragazzi, entrambi illustrati da Massimo Bellora Pea: Magoometto, presso Garzanti, e L'acquapazza, per Le Monnier. Sono considerati prime edizioni di questo autore, anche se i racconti che compaiono in L'acquapazza sono tratti da opere precedenti, e riadattati per incontrare in gusto dei lettori più giovani (cfr. Gambetti-Vezzosi, p.351).
È difficile stabilire quanto lo stile particolare della prosa di Pea possa risultare gradito ai giovani. Anche le infantili illustrazioni che accompagnano i racconti sono forse più apprezzate dagli adulti. Una curiosità va però segnalata: il racconto che da' il titolo al volume contiene davvero la ricetta dell'acquapazza. Questo antico piatto della cucina toscana, oggi tornato di moda al punto da dare il nome anche a trattorie e ristoranti, è qui presentato nella sua natura originaria di piatto povero, alternativo all'appena più nobile cacciucco. Oggi l'acquapazza, o acquamatta, prevede l'uso di ingredienti ben più raffinati di quelli indicati dal Pea, compreso il branzino o l'orata, e modalità di cottura assolutamente diverse (quelle del racconto non risulterebbero sicuramente gradite ai ben più schizzinosi palati moderni...). La presenza di una ricetta di cucina, in definitiva, la dice lunga su quanto questa raccolta di racconti possa piacere ai ragazzi. A molti adulti, invece, soprattutto se di origini toscane, riaffioreranno alla memoria piacevoli ricordi di gioventù. A proposito, c'è anche un racconto che narra delle impressioni di un ragazzo di fronte ad una bancarela di libri usati...
Ma veniamo all'acquapazza. La ricetta si trova nel terzo racconto, che da' il titolo all'intera serie. Come tutti gli altri racconti della serie, è narrato in prima persona come ricordo giovanile (la qual cosa crea una specie di velo di nostalgia che avvolge tutto il volume, l'idea di un mondo in via di scomparsa) Il racconto comincia così: Il cacciucco è il padre dell'acquapazza. Questa è cibo di fortuna, imporvvisato per rifocillarsi, dai naviganti, dopo il pericolo...
Il narratore ricorda di quando era giovane mozzo sul battello "Ciucciarello",e la barca sfuggì ad una tempesta per miracolo, riparando in un'insenatura fuori del porto di Spezia. Dopo tanta fatica per mettersi al sicuro, la fame si fa sentire: L'uomo, quando è in pericolo, non sente lo stimolo della fame, preoccupato della vita. Ma appena è al sicuro, l'uomo dimentica, torna contento e pensa a soddisfare il ventre. -Sacco vuoto non sta zitto- sentenziò il capitano... Purtroppo, la gabbia coi viveri freschi è finita in mare. Il capitano, allora, sentenzia nuovamente: -Non potendo mangiare i padre, divoreremo la figliola... Il padre è il cacciucco, la figliola è l'acquapazza. Ed ecco la ricetta: ... prendemmo il baccalà secco e le gallette... Un peperone, una cipolla, una boccia d'olio per il soffritto... Il vecchio si lamentò che mancasse l'aglio per il pesto. Il baccalà già salato, ammollato nell'acqua di mare, lavato, tagliato a pezzi, fu messo prima a rosolae in un recipiente capace, con l'olio insieme alla cipolla... Quando i pezzoni di baccalà furono di color ruggine, il vecchio riempì d'acqua di mare ilpentolone. Come apetto, adesso, questa broda non era bella. Ma.. sprigionò un odore che già era buono. E intanto ... il pepeprone entrò nel mortaio a farsi pestare di santa ragione... e di nuovo ricordammo l'aglio di cui s'era sprovvisti. Ma anche così, aggiunto l'olio crudo al peperone ridotto in poltiglia, si formò una pomata rossa che arricchì di bel tono e di forte sapore l'acquapazza: cacciucco di fortuna. Adesso non c'era che affogare nell'acquapazza le gallette... per fare di tanta frugalità, con la fame dei marinari, una prelibatezza...
Scheda bibliografica
Pea Enrico. L'acquapazza. Racconti per ragazzi. Tavole di Massimo Bellora. Firenze, Le Monnier, 1942.
Un vol. in 8°(16 x 22); cartonato editoriale illustrato; pp. (6), 107, (3); tavole a colori f.t. e illustrazioni in nero n.t.