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Secco, arido, asciutto, disincantato: questi sono gli aggettivi che meglio si adattano al libro di McCarthy ed al film omonimo dei fratelli Coen. Entrambi di notevole spessore, con la sensazione, alla fine, che si completino a vicenda, ma che da soli manchino di qualcosa.

Il soggetto non ha nulla di innovativo: la storia di uno scambio di droga finito male e l’occasione, per un uomo qualunque, di fare il colpo della vita. Se ci limitassimo a questo tutto sarebbe troppo banale. Invece la grandezza sta nel fatto di aver costruito un’impalcatura eccellente, una storia che trasuda vita, le speranze umane quotidiane.

La storia è ambientata negli Stati Uniti, al confine col Messico, nelle desolate, immense e dimenticate terre deserte che uniscono i due paesi senza soluzione di continuità. Il protagonista è un reduce del Vietnam, attualmente saldatore, Llewelyn Moss (si legge Liiuailin Moss) che sembra cacciare antilopi più per noia che per passione. Durante una battuta si imbatte nel luogo di un massacro: furgoni sforacchiati e tanti morti. Tanti, ma non tutti. Nel pickup che porta la droga l’autista è ancora vivo e chiede acqua che non berrà mai. Non c’è traccia di denaro, quindi il protagonista si mette sulle tracce dell’altro superstite. Lo trova sotto un albero, già cadavere, al suo fianco la valigetta con i dollari, troppi soldi per un uomo qualunque, troppi soldi per non pensare che vi sia un proprietario ansioso da qualche parte. Prende tutto e va via. Tornato alla roulotte in cui vive con la moglie poco più che ragazzina, è preda dei rimorsi; prende dell’acqua, torna nel deserto ma si accorge troppo tardi che qualcosa è cambiato: la droga non c’è più, il messicano non ha più bisogno di acqua ne di nient’altro e soprattutto lui non è più l’unico vivo che popola quel luogo. Da questo momento scatta una caccia all’uomo senza tregua che vedrà impegnati messicani, un killer psicopatico, Anton Chigur (Scigur), ed un poliziotto, Ed Tom Bell, che non riesce a correre veloce come il mondo.

Il libro riporta al lettore con maggiore fedeltà la pericolosa ed ossessiva meticolosità con cui Chigur caccia Moss. Ogni volta che il killer fa saltare una serratura con la curiosa pistola ad aria compressa al suo seguito, si premura sempre di richiudere la porta alle spalle, cosa che nel film manca e che rappresenta un elemento importante per delineare una personalità estremamente premurosa nel prevedere le mosse degli altri e compiere le proprie. Un vero giocatore di scacchi. Non solo, nel libro troviamo anche la figura della ragazzina autostoppista che incontra Moss durante la fuga, che ci ricorda, ancora una volta, quanto sia labile il confine tra un grosso guaio ed un colpo di fortuna. Troppo spazio, infine, è dedicato all’introspezione del poliziotto.

Il film é intriso di una continuità narrativa che il libro perde poco dopo la metà, tra i numerosi cambiamenti di prospettiva narrativa che lo contraddistinguono, che, uniti alla brevità di alcuni paragrafi, creano confusione nel lettore. I fratelli Coen, poi, hanno inserito una scena molto bella all’inizio, non presente nel libro, in cui uno dei cani dei trafficanti insegue con dedizione mortale Moss che si era tuffato in un fiume per sfuggire alla cattura. Positivamente impressionante l’assenza totale di colonna sonora, che traspare anche dal libro, pur se in maniera meno netta. Il silenzio spettrale dei luoghi in cui si svolgono i fatti é il perfetto sottofondo.

Moss è l’uomo comune, con i suoi sogni, le sue aspirazioni, le sue frustrazioni. Pensa di essere preparato a tutto e quando trova quella che sembra la soluzione ai suoi problemi non sa dire di no alla tentazione, nonostante i chiarissimi segnali di pericolo. Si imbarca in un’impresa che si rivela subito più difficile di quanto potesse apparire. Non è all’altezza della situazione, ma ciò non gli impedisce di mettere in gioco tutti i suoi affetti per un mucchio di soldi.

Chigur è la vita. Implacabile, preparato, coerente fino alla follia, che prima o poi viene sempre a saldare il conto. Gli uomini per lui si dividono in categorie: chi deve morire, chi ha la possibilità di giocarsela con una monetina, chi è ignorato. E non dimentica nulla.

Ed Tom Bell è la fortuna. Sempre in ritardo.

 

 

Conclusioni: ben fatti ed appassionanti entrambi i lavori. Il consiglio è quello di leggere prima il libro e poi vedere il film. In quest’ultimo si apprezza la prestazione di Javier Bardem, che interpreta Anton Chigur, davvero notevole e che spiega il premio oscar. Molto bella anche la sceneggiatura e la fotografia. Sicuramente consigliati.

 

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