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Stefano Papetti. L'Officina di Bruno da Osimo. Xilografie, maioliche, tessuti. Milano, Federico, Motta, 2000.

L'arte della silografia ha conosciuto in Italia momenti di alterna fortuna. Nonostante sia stata in passato la tecnica incisoria preferita da alcuni grandissimi artisti del Rinascimento e della Secessione, da noi, tranne alcune parentesi, è stata spesso considerata una sorta di sorella minore dell'acquaforte, una specie di ripiego, buono soprattutto per l'illustrazione economica di libri e per la decorazione di carte da parati. Proprio in seguito all'influenza della Secessione, anche in Italia la xilografia ebbe un momento di grande sviluppo nei primi decenni del Novecento, spinta anche dai favori del regime durante il Ventennio. Non c'era grande esposizione d'arte, biennale di Venezia compresa, che non ospitasse un settore dedicato a questa forma di incisione. Oggi è tornata un po' in secondo piano, in gran parte sostituita dalla linoleografia.

Tra i numerosi artisti che si misero in evidenza nell'uso di questa tecnica durante la prima metà del secolo passato, uno dei più amati e celebrati fu Bruno Marsili, meglio noto come Bruno da Osimo. Nato nella città marchigiana nel 1888, da un falegname e da una tessitrice, rivelò fin da bambino una spiccata abilità nel disegno. La sua passione per la silografia risale ad un incontro col maestro De Carolis avvenuto nel 1918, alla fine della guerra. Due anni dopo, nel 1920, compaiono le prime silografie del Marsili, che già aveva adottato lo pseudonimo di Bruno da Osimo. Da allora cominciò una produzione sterminata di incisioni, sia come fogli a se stanti sia come illustrazioni per libri: leggendarie, a questo proposito, le illustrazioni per Le Aquile Feltresche (1927), stampato a cura dell'Istituto d'Arte di Urbino e per Il Giovine Re di Oscar Wilde (1928), uno degli illustrati per ragazzi più belli di inizio Novecento.
Col volume qui presentato, la regione Marche rese omaggio ad uno dei suoi artisti più amati, in occasione di una mostra che si tenne a Civitanova Marche il 9 Luglio - 8 Ottobre del 2000. Non credo che esista in Italia altra regione che ha visto all'opera, dall'inizio del Novecento, così tanti incisori di successo, silografi o acquafortisti che siano. Il ruolo eccezionale svolto in questo campo dall'Istituto d'Arte di Urbino giustifica probabilmente la folta schiera di incisori di fama che hanno popolato, e popolano ancora oggi, le Marche.
Gran parte del volume è ovviamente dedicata alle silografie del Marsili, e al suo rapporto di amore viscerale con quest'arte e con i suoi materiali. Probabilmente l'essere figlio di un falegname in qualche modo giustificò la passione dell'artista per "il legno". Al punto che molti degli intagli del Marsili non erano destinati all'inchiostratura, ma svolgevano un ruolo di oggetto d'arte di per se stessi. Si tratta di una produzione particolarissima e poco conosciuta di Bruno da Osimo. Tutto un insieme di tavolette che solo potenzialmente potevano realizzare silografie su carta, ma che in realtà l'artista non inchiostrò mai, ritenendo che il lavoro dell'artista era già completo con l'intaglio della tavoletta.
Papetti cerca anche di dimostrare, e a ragione, l'infondatezza dell'opinione, ingiusta e frettolosa, di chi ha visto in Bruno da Osimo poco più di un abile emulo di De Carolis. In realtà, confrontando anche pochi lavori dei due artisti, ci vuol poco a capire quanto l'intimismo del Marsili sia distante dall'altisonante mondo del De Carolis.

Infine, una notevole parte del libro è dedicata alle realizzazioni del Marsili nel mondo delle "arti applicate", maioliche, tessuti, vetri. Non era raro nel Novecento che gli incisori e illustratori, date le loro capacità decorative, si dedicassero anche al disegno o alla decorazione di oggetti appartenenti alle "arti minori". Lo fece anche il Marsili, e a lui si deve, ad esempio, il particolare disegno della celebre bottiglia del Verdicchio, il vino bianco più famoso delle Marche. Interessante e particolare fu anche la sua partecipazione alla realizzazione di maioliche e tessuti. Grazie alle numerose immagini il volume fa finalmente luce anche su questa attività semisconosciuta dell'artista marchigiano.

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